Non so se voi ci avete mai fatto caso.
No, perché io ci ho fatto caso solo ora. Solo oggi sono giunta alla conclusione che lo studente è un animale solitario.
Sulla parola solitario potremmo discutere quanto volete. Su quella animale invece mi pare non ci siano dubbi.
Ma avete di idea di quanto sia disgustoso osservare i comportamenti bizzarri del ragazzo studente, proprio nell’atto dello studiare?
Ho sempre sostenuto che in biblioteca non si potesse studiare. Prima pensavo perché c’è tanta gente, troppa confusione, eddai vieniti a prendere un caffè, e fai pausa con me, e l’hai vista quella come si è vestita oggi?, ma questo capitolo si deve fare?, oh ma tu ce l’hai le dispense…
Invece non è possibile studiare perché non si può assumere la forma animalesca.
Lo studente medio durante lo studio si trasforma:
- occhiale da combattimento che se no la vista si stanca e poi papà deve pagare l’oculista, e spendo più in montatura che in lenti.
- abbigliamento comodo. Un maglione oversize con le tasche piene di fazzolettini rigorosamente usati e mai buttati, un pantalone in tessuto stretch così posso mettere una gamba piegata sotto il culo, poi pure l’altra, no poi mi metto seduta in ginocchio, poi con una gamba poggiata sul tavolo, poi entrambi i piedi, poi mi alzo, poi mi risiedo, poi mi si infilano le mutande fra i glutei e poi incrocio le gambe sulla sedia…
- capelli raccolti (per le donne) (ma anche per alcuni uomini), con pinze pinzette molle mollette elastici berrettini triccheballacche e bombe a mano.
- calzini (per le donne) (questo vale solo per noi) tanti calzini, pure più di un paio, rigorosamente colorati, a righe, a pois di un colore che preferibilmente stoni con tutto il resto dell’abbigliamento da infilare sopra i pantaloni per testare la tenuta stagna.
- corredo di snacks, spuntini e lipidi vari in formato sacchetto, per oleare ben bene le pagine del libro così le sfoglio meglio e toh una macchia di cioccolato proprio lì su quella parola che era importantissima ai fini della comprensione dell’intero capitolo e che adesso non puoi più leggere e sicuramente il professore, che lo sa che hai mangiato la cioccolata, guarda sicuro come la morte, te lo chiede all’orale e poi è inutile che bestemmi che ti devi limitare nel mangiare schifezze guarda tanto è tutto inutile…
- e sigarette a volontà se fumate. Io non fumo per cui non scrivo niente. Tiè così imparate a buttà soldi al catrame.
Ma non solo è una questione formale lo studio, ma diventa vero e proprio trauma il non poter esprimere totalmente i propri tic nervosi.
C’è chi dondola continuamente il piede. Che alla settecentesima volta che ti dice: “scusami, non ti urterò più!” , tu glielo vorresti amputare quel piedino (di norma un bel numero 45 che ad ogni oscillazione movimenta una quantità d’aria pari allo spostamento delle pale eoliche).
C’è chi si gratta. Dappertutto. In tutti i posti possibili ed immaginabili. Chi dietro la schiena, chi sulle gambe, chi sulla testa, chi dietro il collo.
C’è chi fa le pulizie. Unisce l’utile al dilettevole. E via di pulizia delle narici, con annesse e connesse orecchie, chi si dedica ai brufoletti da stress e alla fine tutti dopo aver passato in rassegna tutti gli orifizi (non siate maliziosi) finiscono col passare dal cavo orale, che ce lo dicono sempre che l’igiene dentale è importante e via con la pulizia dei denti e delle dita e delle unghie impiastricciate di tutto quel ben di dio raccolto in precedenza.
C’è poi chi si mangia le unghie e chi invece proprio la pelle delle dita.
C’è chi, e l’ho visto con i miei occhi, si puntella il braccio con la punta della matita e si procura piccole microferite e ne gode sadomasticamente.
C’è chi non si soffia mai il naso e tira su il muco con un rumore che è tutto un progetto.
C’è chi mastica la gomma e fa un cick ciack che te manna ar manicomio (trad: che ti rende talmente intollerante da parti quasi diventare pazzo).
C’è chi fa tutto questo con nonchalance e chi invece si guarda circospetto.
C’è chi fissa il muro.
E c’è chi dice no.
Io rientro in quest’ultima categoria. Ed in biblioteca non ci vado più a studiare.
Così posso mettere gli occhiali, il mollettone, i pantaloni bucati, tre o quattro strati di calzini, toccarmi, grattarmi, dondolarmi e muovermi come mi pare senza che nessuno stronzo col pc connesso alla rete wireless dell’università scriva di me su di un blog e lo pubblichi ridendo alle mie spalle.